Lorenzo Vespignani, meglio noto come Renzo, fu un grande pittore, illustratore e incisore che seppe con la sua mano dar voce alla società nella quale si trovò a vivere ed operare (l’Italia del secondo dopoguerra).
La sua formazione si ha durante l’epoca fascista quando, insieme ai suoi coetanei, è costretto a rintanarsi per sfuggire alle armi degli invasori: è durante questa “fuga” che inizia la sua attività artistica con l’intento di rappresentare la nuda e cruda realtà che lo circonda.
Lo squallore del paesaggio urbano di periferia, le rovine e le macerie causate dai numerosi bombardamenti, i corpi mutilati nonché il dramma degli emarginati e di una dilagante povertà quotidiana saranno i temi da lui principalmente affrontati, soprattutto nelle primissime opere ascrivibili al 1944-1948: chiara è l’influenza dell’espressionismo e della Nuova Oggettività tedesca, segnata dal segno corrosivo di Grosz e Dix.
Negli anni ’50, però, il suo stile sembra arricchirsi di elementi informali apportando al suo forte realismo suggestioni più materiche: le sue tipiche tematiche di impronta neorealista vengono ora sviluppate alla luce di una nuova figurazione con opere che continuano ad essere caratterizzate da un forte senso ed impegno civile contornato da una riflessione che si fa pienamente esistenziale.
Gli anni della guerra sono stati particolarmente assorbiti dal Vespignani tanto da portarlo dapprima a denunciarli fortemente attraverso la rappresentazione del quotidiano che lo circondava, poi spingendolo verso una riflessione più ampia sul senso della vita e dell’esistenza umana.
Questa sua attenzione all’aspetto reale sarà un fil rouge che lo accompagnerà per tutta la sua vita: negli anni ’60, infatti, insieme ad altri artisti fonda il gruppo “Il Pro e il Contro” che nel dissociarsi dalla pop art e nel respingere le linee del cubismo e del futurismo, così come le tendenze puramente informali ed astratte, torna a puntare l’attenzione su una pittura di soggetto reale, di ricerca e riscoperta di una nuova figurazione da non intendersi come una pura ricerca linguistica formale, ma di un nuovo sistema di segni capaci di mettere in contatto l’arte con la società.
Non si va, quindi, ricercando un gruppo di artisti stilisticamente omogenei tra loro, ma che sappiano condividere i medesimi valori e che puntino ad una nuova rappresentazione della società reale e quotidiana che apporti nuove doti alla creazione artistica, che diviene così il tramite di molteplici significati.
Quel tentativo che Vespignani cercò di avviare era volto ad un riscatto sociale dell’essere umano, alienato ed umiliato dalla guerra che aveva ormai smarrito la propria via, perdendo anche quella coscienza di sé che fino ad allora lo aveva guidato ed illuminato, soffocandolo ora con gli scempi di un capitalismo che nella ricostruzione mostrava l’avidità di una nuova borghesia dedita alla speculazione edilizia e allo sfruttamento del lavoro.
Dagli anni ’60 il Vespignani sostituisce la violenza del gesto e il disfacimento della materia pittorica con una dimensione distante e oggettiva della visione, che in alcuni casi raggiunge esiti di raggelante violenza e cruda precisione fotografica nella clinica nitidezza del segno e nella levigata eleganza delle superfici smaltate di luce fredda.
Successivamente sviluppa tematiche differenti in diversi cicli pittorici, alternando diversi modi di usare il colore che, con la mancanza di fiducia nell’uomo di fine millennio, si traduce nel suo apparente dissolvimento, fino al 1980, quando ritorna alle vedute di città affidandosi all’evidenza del disegno nitido dei profili e alla sfaccettatura brillante dei colori prismatici.
L’arte di Renzo Vespignani merita di essere letta con occhio attento e critico: così facendo essa riuscirà a comunicarci uno spaccato dell’epoca portando l’artista alla piena assoluzione della sua missione creativa.

Marco Grilli

 

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