



Il mondo della cultura non è un universo separato dal resto della società ma una sua componente essenziale. A seguito di numerosi e concomitanti fattori, sembra avanzare una sorta di delegittimazione dell'intero sistema culturale di rilevante portata e foriera di possibili, rovinose conseguenze.
Da un lato la forte contrazione dei finanziamenti ministeriali, combinata alla crisi finanziaria delle autonomie locali, sta provocando un aggravamento di dinamiche che la crisi globale economica e finanziaria ha messo in moto con effetti a – lungo periodo –
Dall'altro lato, la gravità dei fatti emersi circa la MALAGESTIONE del Premio Grinzane e la martellante campagna mediatica ha alimentato, soprattutto nell'opinione pubblica, la necessità di ridurre gli investimenti e i contributi in un settore descritto come – troppo generosamente assistito – caratterizzato da forti privilegi e sottratto nella sa generalità ai meccanismi pubblici dei controlli di gestione.
Nel loro complesso, i finanziamenti alla cultura delle istituzioni pubbliche e delle fondazioni di origine bancaria in Piemonte sono soggetti a normative, regolamenti, modulistiche, controlli in una misura e di una puntualità tale da essere considerati sovente di riferimento a livello nazionale. Le eccezioni e le possibili malversazioni o semplicemente le spese di dubbia legittimità o pertinenza avvengono quando si costruiscono le condizioni normative, gestionali e amministrative che sottraggono i finanziamenti alle normali procedure di controllo degli uffici e permettono pure a revisori perlomeno distratti di volgere lo sguardo altrove.
La spesa per la cultura incide per meno dell'1% sul bilancio della Regione, del 5% del bilancio della Città di Torino, e lo 0,16% di quello statale, livelli di gran lunga inferiori alla media di stati e città europee.
Perfino il suo totale azzeramento a fronte di effetti sociali, culturali ed economici fortemente negativi produrrebbe effetti dal tutto trascurabili in termini di risanamento della spesa pubblica. Sacche ingenti di sprechi inaccettabili ed evasioni massicce di tributi ed imposte, ambedue fonti di possibili ed indispensabili risparmi sono presenti in altra misura in molti ambiti della vita economica e pubblica, come pressoché quotidianamente testimoniano le cronache e l'esperienza personale dei cittadini.
In altri paesi, in cui la crisi colpisce anche più severamente, la reazione delle autorità pubbliche è assai diversa, quando non opposta: nella vicina Francia, uno dei pilastri delle politiche anticrisi lanciate da Sarkozy è un ingente stanziamento straordinario per i beni e le attività culturali.
Infine, occorre segnalare che la realtà della stragrande maggioranza di artisti, operatori ed organizzazioni culturali opera abitualmente in un economia di estrema fragilità strutturale.
È poco noto a chi non lo vive sulla propria pelle, ma i livelli dei redditi sono, con poche eccezioni, insieme al sistema scolastico al di sotto della media di altri settori, a parità di responsabilità, con livelli pensionistici più che modesti e tutele sociali deboli o inesistenti; una gran parte dei servizi resi alla cittadinanza è possibile grazie al lavoro di migliaia di volontari; nessun ente pubblico o privato ha mai deliberato negli ultimi anni i finanziamenti dell'anno in corso prima di maggio-giugno; l'erogazione dei finanziamenti pubblici avviene a 12-18 mesi; di conseguenza i flussi finanziari necessari per l'operatività derivano da anticipi bancari garantiti personalmente dai responsabili di associazioni ed organizzazioni.
Non abbiamo però alcuna intenzione di invocare una logica sperata e privilegiata per il mondo culturale: un radicale ripensamento delle politiche culturali, del loro ruolo e delle condizioni per sostenibilità, a TUTTI I LIVELLI, non è più rinviabile, anche a fronte dei profondi cambiamenti strutturali intervenuti nelle forme di produzione, distribuzione, fruizione e consumo di arte nel nostro Paese.
Considerata la necessità degli interventi pubblici in specifici comparti della produzione culturale e per una maggiore accessibilità alle attività, ai beni e ai prodotti culturali, non si tratta soltanto di operare qualche ridimensionamento transitorio o una semplice razionalizzazione organizzativa – peraltro indispensabile, ma si tratta di RIPENSARE GLI OBIETTIVI e i MEZZI della politiche culturali all'interno del proprio ambito e in relazione alle altra politiche pubbliche.
La situazione di crisi presente su tutto il territorio nazionale e nella nostra Regione va affrontata con coraggio e trasparenza, perché negli ultimi anni la forte crescita degli investimenti e della spese correnti ha provocato – a fronte di risultati largamente riconosciuti come "eccezionali" – un forte aumento dei costi strutturali, nell'offerta e del numero dei soggetti proponenti, sia nello spettacolo che nei beni culturali, a cui sono corrisposte adeguate e puntuali strategie di sviluppo e di gestione.
Ingenti investimenti e spese cono state soprattutto indirizzate a sostenere l'offerta di eventi, attività e recuperi di beni culturali a fini di comunicazione e marketing territoriale, assai più che di ampliamento e rafforzamento dei servizi culturali ai cittadini.
Un sistema culturale forte e diffuso, accessibile a tutti i cittadini, è una componente essenziale di una società ricca, aperta , partecipata, competitiva, in cui le politiche culturali sono fortemente intrecciate con le politiche pubbliche e con l'iniziativa privata.
La rilettura critica delle scelte fatte, l'analisi della situazione attuale e l'individuazione delle opzioni possibili, proprio in virtù di questa complessità, non possono essere affrontate senza un coinvolgimento diretto degli operatori.
È pertanto auspicabile la creazione di una "Governace della Cultura", che metta sul tavolo di lavoro una - prospettiva condivisa di sviluppo – e che segua alcune linee generali, che qui di seguito andrò ad esporre:
Per quanto sia grave la situazione, occorre considerarla in positivo come un'opportunità di cambiamento, un momento inevitabile di distruzione e liberazione delle risorse. A condizione che si sia in grado di proporre soluzioni inedite, di esercitare la ragione, di offrire uno spazio d'azione alla creatività e alla sperimentazione di nuovi modelli adeguati alla sfida che ci attende.
MARCO GRILLI, CULTURA LIBERAMENTE!
RUOLO DI UNA GOVERNACE CULTURALE: La governance designa un modello di formulazione e gestione delle politiche pubbliche che si caratterizza per:
Se la situazione che abbiamo di fronte non è di ordinaria difficoltà, uno sforzo di comprensione seria e scevra di pregiudizi dei termini e delle ragioni dell'attuale situazione è indispensabile per individuare prospettive e azioni; provo a richiamare alcune delle più evidenti criticità:
la contrazione delle risorse pubbliche a tutti i livelli e strutturale e non congiunturale, è aggravata ma non semplicemente determinata dai vincoli della spesa pubblica e ora dall'impatto crisi finanziaria.
Nei gruppi dirigenti in Piemonte in generale – la politica, nell'amministrazione, nelle Fondazioni di origine bancaria, nel mondo economico – finanziario – cresce impetuosamente la tendenza al ridimensionamento del ruolo della cultura, e suggerisco che questo fenomeno abbia a che fare con le caratteristiche dello sviluppo dei decenni trascorsi.
Gli orientamenti prevalenti negli anni '80 e '90 sono stati infatti improntati ad un approccio "giacobino" e strumentale della cultura. Investimenti privi di strategie, all0insegna del prima recuperiamo poi ci penseremo, forzando gli investimenti e pompando indiscriminatamente l'offerta per sostenere il marketing della città e costruire consenso, occultando scientificamente o rifiutandosi di vedere la crescita esponenziale delle spese correnti a regime. Non sono mancate eccezioni felici quali l'abbonamento musei o esperienze didattiche di eccellenza per qualità e quantità – ( es: GAM, RIVOLI, TEATRO RAGAZZI) – Nell'insieme lo strabordare della retorica autoreferenziale, il dirigismo esasperato, la convergenza prolungata di intenti tra enti pubblici, la subalternità delle fondazioni hanno celato le debolezze e annullato ogni forma di dibattito pubblico sulle strategie e sull'utilizzo delle risorse.
Gli operatori si sono nel complesso adeguati, accettando di non disturbare il manovratore, non affrontando le questioni dello sviluppo strutturale della domanda, della crescita sostenibile, della diversificazione delle entrate, della crescita professionale e della competitività in cambio dell'accesso a quote di finanziamento. Si sono rafforzate posizioni di rendita anche in aree tradizionalmente a mercato ( concerti rock, eventi,etc…), una situazione unica in Italia. Si sono contrabbandati interventi tampone e assistenziali con sistemi che tali non sono ( v. musica classica).
Il risultato è che il sistema si presenta alla crisi con un insieme di nodi irrisolti ed una drammatica debolezza strutturale, come dimostra la diffusa indifferenza della società a Torino come nei piccoli comuni di fronte agli annunci di tagli e drastici ridimensionamenti e il diffuso senso di importanza degli operatori. Sostenere che ciò non avviene perché la crisi è più generale, è miope e assolutorio. A dimostrare che il problema affonda le sue radici nei caratteri e nelle modalità specifiche dello sviluppo oltreché nella struttura e culture della società piemontese basterebbero alcuni esempi:
una crisi forte e strutturale che mette a nudo debolezze e criticità deve essere affrontata con lungimiranza e audacia. Piccolo cabotaggio e qualunque annuncio che non credo siano neanche in grado di assicurare un dignitoso "tirare a campare": ci ritroveremmo ad inseguire una crisi e una defezione dietro l'altra.
PROPOSTE DI PROGRAMMA – REALIZZABILI IN 5 ANNI –
Ripensare le politiche culturali nel segno di una sostanziale discontinuità e in particolare:
INTERVENTI
1) UNA "LEGGE/accordo" TERRITORIALE ORGANICA CHE SUPERI LE NORMATIVE SETTORIALI E RIORGANIZZI E COORDINI LA POLITICA CULTURALE REGIONALE CHE:
AZIONI ESEMPLARI:
PRIME IDEE PER UN PROGRAMMA IN 10 PUNTI
I GIOVANI E IL LAVORO:
E' importante agevolare l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, puntando soprattutto sulla loro formazione.
La flessibilità del lavoro senza garanzie produce ingiustizie, insicurezza e disuguaglianza sociale... bisogna lavorare per il cambiamento evitando conflitti sociali tra le parti in causa. bisogna essere mediatori e persone di buon senso. come uomini di cultura il nostro compito dovrebbe essere quello di pensare e scrivere norme e regole che siano dei punti che mettono in comunicazione i protagonisti del mondo del lavoro...spetterà poi a loro attraversarli, decidere a che punto incontrarsi, noi siamo solo uomini che suggeriscono.
Il lavoro per il lavoratore non è solo una fonte di guadagno ma è anche l' espressione della propria personalità. Bisogna aiutare i giovani ad entrare nel mondo del lavoro per garantire loro la sussistenza, certo, ma anche basi solide sulle quali costruire un futuro.
Il lavoro non è solo sostentamento ma è, un progetto di vita!
Marco Grilli
La faziosità, la venalità, la rissosità, la volgarità, sono tutti ingredienti che hanno fin troppo avvelenato la vita pubblica. Il lessico della contumelia ha soppiantato il ruolo delle grandi narrazioni, la cultura è stata esiliata nelle isole degli specialismi, la politica s’è fatta assai rumorosa ma povera di “pensieri lunghi”. E in questa deriva è accaduto che si smarrisse la nozione del Piemonte, della sua storia, della sua complessità, del suo respiro italiano, della sua culla montana, della sua antica dimensione europea, della sua permanente vocazione cosmopolita. Una sorta di maledizione lombrosiana ha colpito la nostra terra, risucchiandola nel cono d’ombra dei pregiudizi, degli stereotipi, delle cattive generalizzazioni.
BERSANI DICE: I 150 anni impegno per costruire nuova unità.I 150 anni per noi non sono una commemorazione. Sono l’impegno a costruire le ragioni nuove di una nuova unità del Paese. Alle nostre spalle noi riconosciamo i fondamentali pilastri su cui appoggiare il futuro. Riconosciamo nella nostra storia i passaggi che possono ancora produrre energia per il futuro che vogliamo costruire. Riconosciamo il Risorgimento che ebbe qui a Torino il suo cuore pulsante e la sua direzione politica. Riconosciamo, nei decenni successivi all’unità, il grande movimento di solidarietà, di mutualità, di auto organizzazione, di emancipazione, variamente ispirato dalle culture cattolica, socialista, laica e repubblicana; un movimento che portò il popolo ad un protagonismo nuovo e ad una nuova presa di coscienza e che generò via via le grandi forze politiche popolari. Riconosciamo la battaglia antifascista, la Resistenza, la Liberazione e la nostra Costituzione repubblicana, la più bella del mondo, la Costituzione che ha dato luce, che darà luce a tutte le conquiste sociali e civili dell’Italia. Riconosciamo gli anni del dopoguerra, della ricostruzione e del riscatto, del risveglio economico e sociale, dell’incontro fra il popolo e la nuova democrazia e di una crescita economica che seppe dare la mano all’emancipazione sociale, di cui Torino fu uno straordinario e imparagonabile crocevia. Riconosciamo la risposta democratica e di popolo al sanguinoso attacco stragista, terrorista e mafioso degli anni ’70, ’80 e ’90. Riconosciamo l’irrompere fin dagli anni ’60, di una cultura partecipativa nuova che aprì le porte ad un protagonismo fino ad allora sconosciuto della società civile a partire da una rivoluzione femminile, formidabile e incompiuta, capace tuttavia di modificare l’universo mentale dell’intera nostra società. Riconosciamo le battaglie, le vittorie e le sconfitte dei riformisti italiani e le loro conquiste che ancora vivono: dalla scuola pubblica, allo statuto dei lavoratori, al servizio sanitario nazionale, fino al compimento del nostro destino europeo sotto la guida di Romano Prodi. Sentiamo che questi ed altri passaggi della nostra storia nazionale vivono ancora nella politica di oggi e ci parlano non con il linguaggio della nostalgia o della nobile conservazione, ma con il linguaggio dell’impegno e della battaglia per il futuro.
E' in atto disgregazione che rende più difficile sentirci italiani.
Ma a fronte di tutto questo, noi non possiamo non vedere che qualcosa di profondo è avvenuto e sta avvenendo. Qualcosa che ci dissocia, che ci disgrega, che ci frantuma; qualcosa che sta rendendo più difficile il sentirci italiani e concepirci come una comunità che cerca la sua strada nella dimensione europea e globale. Ecco allora il punto. Io non vi parlerò di tutto, tralascerò tante cose. Ma di questo vi voglio parlare. Noi italiani sappiamo di essere meglio di quello che ci succede. Molto meglio. Ma non vediamo la strada, non siamo sicuri del cammino. Di questo voglio parlarvi, dell’essenziale. E cioè del nostro progetto per l’Italia, delle proposte e delle promesse che vogliamo fare al nostro Paese.
Il nostro Paese scivola. E’ inutile ed è infantile nascondere la realtà. Ormai da anni il nostro Paese sta scivolando. Non perderò tempo con i numeri, ma non c’è numero, non c’è parametro, non c’è confronto che non ci dica questo. Ci allontaniamo rapidamente dai Paesi più forti d’Europa con cui abbiamo abitato per molti anni e ci avviciniamo rapidamente ai Paesi più deboli. La crisi (ormai è chiaro, al di là delle favole che ci raccontano tutti i giorni) sta accelerando questa discesa e questo distacco. In due anni abbiamo perso ricchezza quasi per il doppio rispetto all’Europa. I timidissimi segnali di ripresa noi li stiamo prendendo non per il doppio ma per meno della metà. Abbiamo perso molti metri e nella rincorsa siamo in coda. Tutto questo lo si tocca con mano nella vita reale. Redditi e consumi si indeboliscono, il debito pubblico aumenta drasticamente, il risparmio delle famiglie si assottiglia, c’è meno lavoro, si allarga un’ombra sulla tenuta dei fondamentali servizi, c’è un’inquietudine profonda per le prospettive della nuova generazione mentre cresce uno strato di cinquantenni che non riescono a trovare lavoro e reddito sufficiente.
Tutto questo avviene mentre aumentano le differenze e gli squilibri. La disuguaglianza aumenta, il ceto medio si indebolisce, cresce la fascia di povertà, la ricchezza si concentra in fasce sempre più strette e sempre più distanti dalla condizione di vita normale dei cittadini e siccome il 10% della popolazione non può mangiare dieci volte al giorno, tutto questo impedisce la ripresa e la crescita. Fra nord e sud il divario aumenta sotto ogni parametro, a cominciare dall’occupazione dei giovani, e aumenta la sfiducia di poterlo colmare. Anche settori produttivi si dividono fra chi ha saputo e potuto innovare e si è collegato alle esportazioni e chi no, fra chi lavora con il pubblico e chi con il privato, fra chi ha qualche risorsa di liquidità e chi è impiccato alle banche. C’è chi non lavora e non guadagna, c’è chi lavora e non guadagna abbastanza, e c’è chi guadagna qualcosa lavorando e chi guadagna molto non facendo nulla.
Alla politica spetta un progetto comune e il berlusconismo impedisce la riscossa del Paese.
E’ sempre più difficile dire una parola che valga per tutti, è sempre più arduo unificare le intenzioni e gli interessi di uno sforzo comune. E’ questo, fondamentalmente, che sarebbe toccato alla politica: un progetto comune. E qui sta il cuore della nostra critica. Quello che chiamiamo berlusconismo e che si aggira per l’Italia da quindici anni e che in un patto di ferro con la Lega ha governato per sette anni degli ultimi nove, ha accompagnato questo scivolamento dell’Italia, ha favorito la disarticolazione del Paese, il suo ripiegamento corporativo e oggi ne impedisce la riscossa innanzitutto deformando i codici e essenziali che reggono il senso di sé di una comunità nazionale. Per descrivere questa deriva non servono molte parole, che ci siamo perfino stancati di ripetere. Facciamo il riassunto. Quell’idea deformata di democrazia, il “ghe pensi mì” non ha portato nulla di concreto nella vita degli italiani, nulla di nulla. Nessuna vera riforma per il Paese, solo una favola al giorno per i sondaggi del giorno dopo; la discussione pubblica piegata solo e sempre ai problemi suoi , mai a quelli del Paese; nel messaggio di governo una psicologia da miliardario per il quale l’ottimismo non costa niente perché c’è sempre il sole e non piove mai; all’ombra del Capo autostrade aperte alla corruzione, cordate degli amici degli amici con leggi fatte apposta per loro e case pagate dalla Fata turchina e un ribaltamento di valori. Valori a rovescio, in questi anni, e doppia morale: bella vita e comportamenti a piacimento per il Capo e la sua cerchia e la riscoperta di un’etica rigorista sulla pelle degli altri, magari del povero Welby o di tutti quelli che devono morire attaccati a mille tubi in un ospedale. Valori a rovescio, e disprezzo per la vita comune. La condizione femminile ridotta ad oggettistica del berlusconismo; lavoratori che devono andare sui tetti per farsi sentire; imprenditori onesti che fanno le cose perbene che si vedono sorpassati dalle fortune di chi ha portato i soldi all’estero o da chi non paga le multe del latte. Gliele paghiamo noi, le multe, mentre i genitori che hanno i figli alle scuole dell’obbligo fanno collette per la carta igienica o per l’ora di inglese. Un ribaltamento di valori. E l’immagine dell’Italia all’estero devastata da una politica da imbonitori. Mentre abbiamo soldati che rischiano la vita i Afghanistan riduciamo una caserma dei nostri Carabinieri a Roma ad un palcoscenico stile Gheddafi. E sotto a tutto questo c’è forse stato, negli anni di Berlusconi e della Lega qualcosa di concreto e di positivo che possiamo misurare? Ci sono forse meno tasse, per chi le paga? No, ce n’è di più, c’è il record storico delle tasse! C’è più lavoro? No, ce ne è meno. C’è meno burocrazia, c’è qualche nuova politica sociale? I Comuni stanno meglio? L’ambiente sta meglio? In che cosa è migliorato il Paese con questa lunga cura di Berlusconi e della Lega? In niente è migliorato!
Il candidato della sinistra resta, per ora, senza bandiere. Lo sostiene una parte di Sel e “Torino Bene Comune”. Prioritaria la difesa dei conti: una situazione strumentalizzata ad arte. L'assessore si rivela uno dei più leali collaboratori del sindaco che infatti potrebbe dargli una mano
Non ha l’appeal dell'arruffapopolo – e forse per questa ragione il vertice locale di Sel è assai prudente a scendere al suo fianco –, alle starnazzate preferisce i ragionamenti “lunghi” e alle affermazioni demagogiche antepone proposte concrete: la salvaguardia delle risorse pubbliche, la tutela della vocazione manifatturiera della città, nuovi modelli di welfare comunale, valorizzazione delle differenze, bilancio sostenibile senza privatizzare le aziende partecipate. Ma è proprio sull’ultimo punto, il core business dell’impegno amministrativo degli ultimi anni, che Passoni raccoglie molte critiche. “Troppo schiacciato su Chiamparino”, dicono alla sua sinistra; “rischia di reggere la coda ai paladini del continuismo”, rintuzzano i garigliani. Le sue prime mosse sembrano confermare quest’orientamento. Sullo stato disastroso delle casse di Palazzo di Città ha assunto le vesti del difensore d’ufficio, sebbene non abbia alcuna responsabilità della situazione debitoria, avendo ereditato la patata bollente dal suo predecessore Paolo Peveraro, protagonista (in)discusso della stagione della finanza creativa. Spiega in modo puntiglioso: «I dati sono confortanti: nel 2009, rispetto al 2008, il gruppo Città di Torino riduce l’indebitamento del 2,11%, aumenta del 4,12 % il valore dell’attivo immobilizzato, migliora il risultato economico del 71%, occupa 23281 persone, costituisce circa il 15% del prodotto interno della città. Tutti dati positivi che dimostrano come il tema del debito sia stato strumentalizzato, perché ampiamente superato dal valore dell’attivo di 9 miliardi e trecento milioni, tutti di investimenti. C’è un altro punto importante: con 3,352 miliardi di volume dei proventi e con una politica accorta e di buona gestione, si possono finanziare i servizi pubblici, asili compresi, senza liquidare e vendere le partecipate». Infine, una stoccata al tanto decantato federalismo: «Nel 2009 il Comune con i conti consolidati ha pagato allo Stato 129 milioni di imposte. Lo Stato, per contro, ci toglie 43 milioni di trasferimenti». Forte di queste argomentazioni tecniche, corroborate dal rating di Standard & Poor's, Passoni ritiene di avere buone carte da giocare se solo il vertice del Pd non si mettesse di traverso, come ha fatto nei primi giorni di raccolta delle firme, lesinando sul numero dei moduli. L’esordio è stato confortante: la sola associazione “Rosso Ideale” ha portato d’emblée 400 firme, per i banchetti del weekend si sono fatti avanti molti volontari. Chiamparino, pur ufficialmente impegnato con Fassino, avrebbe assicurato una mano “discreta” nella raccolta delle tremila sottoscrizioni: le parcelle degli avvocati vanno onorate. |
Per le imprese è un «dovere sociale» valorizzare e sostenere la cultura, che rappresenta uno dei nostri biglietti da visita nel mondo. E «nonostante le immagini sbagliate di degrado che si danno, in realtà l’Italia è ancora sinonimo di cultura ad alto livello».
Non solo. La cultura ha anche «una straordinaria capacità di attivazione del sistema economico»: il fatturato europeo del settore è di 636 miliardi di euro (il 64% del Pil della Ue a 25) e quello italiano di 84,4 miliardi, pari al 6,3% del Pil.
Lo ha affermato ieri Emma Marcegaglia, vicepresidente di Confindustria e designata alla carica di presidente, intervenendo in videoconferenza alla presentazione, presso la Luiss, del libro bianco su “La valorizzazione dei beni culturali fra Stato e mercato”. La ricerca - messa a punto da Giuseppe Mele, Simona Dotti e Paolo De Luca di Confindustria e realizzata in collaborazione con Confcultura - ha preso in esame la situazione delle imprese che gestiscono i servizi aggiuntivi dei luoghi di cultura. Una realtà che, come ha spiegato Patrizia Asproni, presidente di Confcultura, dopo la spinta rivoluzionaria della legge Ron-chey - che ha aperto ai privati -ora si trova nella fase del «non più e non ancora»: c’è l’esigenza e la voglia di cambiare, ma ci sono resistenze a farlo.
Tenendo conto della «delicatezza» del settore, è necessario «aprire maggiormente al mercato», ha spiegato la Marcegaglia. Da parte degli imprenditori c’è la disponibilità al confronto, che deve portare a superare quattro criticità. La prima è la differenza di regole a livello statale e locale: al centro si dà più spazio alle logiche concorrenziali, mentre in periferia finisce per prevalere la discrezionalità degli amministratori pubblici. Ne è un segno - ed è il secondo nodo - il maggior ricorso che a livello locale si fa alle imprese pubbliche, per le quali, con lo strumento dell’affidamento in house, si creano corsie preferenziali, a detrimento della concorrenza. «Anche il ruolo delle fondazioni - ha aggiunto la Marcegaglia - se non debitamente regolato, può creare criticità».
Così come si rivela problematico il comportamento di alcune aziende private, che limitano la crescita di altre. Infine - ed è la quarta difficoltà - si deve porre mano alla distribuzione degli aiuti di Stato, che rappresentano «un trattamento discriminatorio tra imprese pubbliche e private».
Analisi condivisa da Maurizio Costa, presidente della commissione Cultura di Confmdustria, il quale in videoconferenza ha ribadito le potenzialità del settore, che, però, deve scontare anche criticità di calibro più generale, come il rallentamento dell’economia, la contrazione dei consumi e l’instabilità del quadro politico.
Siete seduta,
su di un grattacielo naturale,
osservate i bianchi signori del mare,
li guardate, ed avete già spiccato il volo.
Ormai avete imparato a volare,
guardate giù
e vedete la gente passare,
vi domandate se questo è il segreto per vivere bene.
Liberate le ali rubate alla libertà,
sorvolate dunque tutte le accuse del mondo.
siete libera!
libera ancora una volta di posarvi
su quel grattacielo naturale,
sito in mezzo al mare
dove ora siete.
Due parole sul teatro di figura con Marco Grilli, direttore artistico di Alfa Teatro Torino e del Sangiacomo Puppets Festival
Domanda: la tua formazione inizia con i burattini, con il teatro delle marionette, con la narrazione per arrivare a un teatro fatto con oggetti, una carrellata di tantissima cultura che oggi hai dentro e quando devi pensare a uno spettacolo cosa fai? Dici: oggi lavoro con la marionetta, forse domani con il burattino o ormai hai preso una strada che porterai negli anni?
Ho avuto veramente la fortuna di avere dei grandi maestri, che mi hanno insegnato a essere ultra polivalente, che significa porsi come prima domanda: cosa hai tu da dire con la marionetta, vedendo prima se non si può dire altrimenti; se si può dire altrimenti, vuol dire che non hai bisogno della marionetta. La marionetta ha delle possibilità, il burattino ha delle possibilità, se tu pensi che queste possibilità siano vitali, tu devi scrivere per queste possibilità, altrimenti tu fai l’attore, fai altro e non c’è demerito in questo. La marionetta ha un suo linguaggio; io di volta in volta vedo la tecnica che voglio utilizzare; ci sono delle volte in cui sono stato molto più narratore, cantastorie che burattinaio, altre volte più burattinaio, altre volte quasi silenzioso. Provando le molte tecniche che il teatro di figura offre, l’orientamento mio è quello di arrivare ad un tipo di teatro “il più scomodo possibile”, il meno adeguato alla tradizione e alle cose classiche ma bensì dicendo: lo spettacolo è molto complesso ma cercate di vedere se riesco a comunicarvi l’arte dei burattini e delle marionette. E questo è quello che ho fatto destrutturando i miei spettacoli, arrivando a un teatro sempre più povero, sempre più verso l’effimero, l’assurdo, l’ironia e l’auto-ironia, su delle piccole cose dove la marionetta si esprime molto bene, dove invece l’attore si esprimerebbe molto male. Perché il burattino ha questa staticità che diventa emozione; non c’è niente di peggio, di un attore che vuole fare il burattinaio.
Domanda: tra passato e presente, il futuro del teatro di figura?
Inizio con una citazione: “si è albero solo dalle proprie radici”. Solo conoscendo le nostre tradizioni e la nostra cultura possiamo fare del moderno. Non è vero che siamo inventori, non inventiamo niente, non siamo sempre geniali. E’ solo conoscendo quello che hanno fatto i nostri avi che possiamo inventare ed essere stimolati ad andare oltre, magari facendo delle cose molto lontane in apparenza, ma i meccanismi del teatro che i nostri avi per generazioni ci hanno dato sono quelle, cambierà la forma esterna ma non quella interna.
Dagli anni Settanta è successo un fenomeno che molti hanno sottovalutato; l’arrivo di giovani! di giovani intellettuali, di giovani diplomati, di giovani laureati, di giovani che avevano una cultura. Prima quando i burattinai avevano la quinta elementare era il massimo, quando sapevano cosa accadeva in una regione era tutto. Ora noi abbiamo una cultura a 360 gradi nella cultura mondiale del teatro di burattini e marionette. Inoltre abbiamo fatto delle scoperte: per esempio una serie di tecniche antiche dimenticate che sono state estremamente valide sia per fare un nuovo teatro sia per fare una nuova pedagogia. Abbiamo saputo utilizzare il teatro di figura all’interno delle scuole, come strumento pedagogico e di terapia; trovando così nuove vie adatte a questo momento, non disdegnando il passato. Non bisogna scimmiottare il passato ma offrire ad esso una chance.
Si lavora ormai con materiali estremamente elettronici, materiali di costruzione del tutto nuovi. I marionettisti sono più degli autodidatti, ma seguono delle scuole, sono degli artisti polivalenti. Non c’è più la monocultura di una tecnica.
Molti dicono che la televisione ha ucciso il teatro di figura. Io non ci credo. Io penso che forse erano i burattinai e i marionettisti a non avere più nulla da dire. Con la televisione siamo passati da un teatro di parola a un teatro di immagini.
Siamo riusciti a capire che l’arte dei burattini e delle marionette è un’arte polivalente: musica, danza… in più abbiamo la capacità di usare le nostre mani.
Perché il festival a Sangiacomo di Roburent?
Sono passati 7 anni dall’incontro tra Edue Magnano e me, Marco Grilli.
Magnano, voleva un evento per i turisti che durante il periodo estivo scelgono le bellissime montagne di Sangiacomo. Ci incontrammo e subito trovammo l’intesa… “proviamo a portare il teatro di figura a Sangiacomo”.
Oggi, se penso alla prima edizione del festival e a quante compagnie hanno scoperto questo piccolo paese, mi rallegro soprattutto perché d’allora sono passati 6 anni e il festival è cresciuto sia a livello qualitativo che a livello d’immagine.
In tutti questi anni abbiamo lavorato per migliorarci, offrendo sempre più cose al pubblico e a tutti quei comuni che ogni anno aderiscono all’iniziativa del festival. Se all’inizio in una settimana proponevamo 10 spettacoli, oggi nel medesimo arco di tempo ne proponiamo 40! Da un anno all’altro la gente si è avvicinata sempre più ai burattini e alle marionette, ha imparato a conoscerli e ad amarli, sia grazie agli spettacoli, sia ai tanti laboratori ideati durante il festival, rivolti a grandi e piccini. Da quel lontano 1999 della prima edizione a oggi, noi, il pubblico e gli attori “con la testa di legno” siamo cresciuti, e l’abbiamo fatto insieme!
Noi tutti ci auguriamo che il festival e il neonato “Primo Istituto Italiano della Marionetta” possano diventare un importante punto di riferimento per il teatro di figura italiano e internazionale, continuando a promuovere spettacoli, compagnie, mostre, ma soprattutto cultura!
Domanda: un teatro,un museo, ma soprattutto una grossa collezione di famiglia.
la nostra famiglia iniziò a collezionare marionette nel 1876 con Augusto Grilli, mio bisnonno, mentre la compagnia Marionette Grilli nacque nel 1978, per volontà dell’ ing. Augusto Grilli, mio padre.
Nel 1978 Augusto Grilli decise di far nascere una compagnia di marionette, specializzata nell’utilizzo di “marionette giocattolo”. Chiamati a collaborare per l’allestimento del Museo della Marionetta di Torino, accanto alle gloriose marionette Lupi, s’ iniziò a replicare spettacoli presso la sala Giaconetta all’ interno del Teatro Gianduja di Torino.
Dopo alcuni anni l’attività della compagnia venne trasferita presso il Teatro Nuovo di Torino, dove si cominciò ad organizzare le prime stagioni dedicate al Teatro di Figura(1980/1986).
Nel 1987 A.Grilli, decise di ristrutturare il vecchio Teatro Michelotti, inaugurato nell’ ottobre del 1990 e ribattezzato Alfa Teatro. Da quella data in avanti presso la sala teatrale vengono programmate stagioni, seminari, convegni sul Teatro di Figura.
Alfa Teatro oggi ospita anche una piccola parte della nostra collezione, collezione formata da oltre 8500 pezzi, all’interno del nostro museo “la casa della marionetta” che riaprirà Domenica 17 ottobre, giornata inaugurale della XV edizione di “Giorni di Festa”stagione teatrale per bambini dai 3 ai 93 anni.
domanda: un augurio ai tuoi burattini o marionette
Quello che mi auguro per i miei burattini è che non lascino mai impassibili coloro che li vedono. Gabriele Lavia diceva una cosa molto importante: “ quando hai recitato mille volte un testo, e fai l’ultima di questo spettacolo, quella sera per il pubblico è la prima volta”, quindi massimo rispetto a chi ci segue e a chi ci vede.
Anima salva
Trae il suo significato dall’origine, dalla etimologia delle due parole
Anima - salva…vuol dire spirito - solitario…
È una specie di elogio della solitudine
Si sa, non tutti se la possono permettere
Non se la possono permettere i vecchi
Non se la possono permettere i malati,
non se la può permettere il politico….un politico solitario è un politico fottuto.. di solito!.
Però sostanzialmente quando si può rimanere soli con se stessi;
Io credo che si riesca ad aver più contatto con il circostante, il circostante non è fatto solo di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo.
Dalla foglia che spunta di notte… in un campo, fino alle stelle… e ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante. Si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riesca a trovare anche delle migliori soluzioni.
E siccome siamo simili ai nostri simili, credo si possano trovare soluzioni anche per gli altri.
Con questo non voglio fare nessun panegirico, ne dell’anacoretismo o eremitaggio non è che si debba fare ne gli eremiti ne gli anacoreti, e che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita, essa non la si dimostra sulla carta d’identità, ma perché credo di averla vissuta, mi sono reso conto che.. un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura… semplicemente questo, poi si potrebbe parlare a lungo…..
Se l’essere umano si identifica nelle proprie esperienze solo con la sua parte fisica e biologica, gli rimane la sola coscienza di un vuoto interminabile, senza fondo. Solo coloro che si mettono in comunione con il proprio Sé profondo ed immortale possono sperare di uscire dal proprio vuoto ed aspirare ad una vita che abbia senso e possa contrastare la solitudine, male comune che prima o poi assale tutti gli esseri umani.
La solitudine è uno di quei misteri dell’anima che talora ci condiziona a non essere più noi stessi, ad accettare brutture, senza il coraggio di contrastarle, per non essere soli.
Ma ci sono diversi tipi di solitudine. C’è la solitudine che è condanna, sofferta e subita da tutti quelli che sono costretti ad essere emarginati. E’ il destino di certi vecchi o di bambini non amati, non voluti e pertanto maltrattati, non sempre fisicamente ma più spesso psichicamente. C’è la solitudine dei diversi, dei profughi, degli ammalati, che non producono più benessere per la società e diventano solo onere. Queste persone a volte vengono sopportate per una sorta di dovere e sono costrette a sperimentare una solitudine dolorosa, a volte anche perché non hanno saputo seminare affetto quando erano giovani e in pieno vigore, pensando solo ai beni materiali. C’è la solitudine dell’isolamento, di quelle persone che si chiudono nel loro anonimato, che non vogliono relazionarsi per paura di dovere dare troppo o di essere giudicate.
E c’è quella solitudine tremenda, in seno ad una famiglia, dove ogni singolo membro vive i propri egoismi, le proprie ragioni, dove si condividono esclusivamente la casa, i beni materiali e dove, cominciando dai genitori, ognuno dei due tende a prevaricare l’altro, a voler essere il migliore. Pertanto i figli crescono insicuri, poiché ci vuole del tempo per capire cosa era giusto: se la verità del papà o quella della mamma.
C’è poi la solitudine che è vuoto, quella delle persone svuotate di personalità, di sentimenti autentici. Per loro Dio è morto, e si sentono svuotate di speranza, di amore e di verità. Vi è la solitudine accettata dalla semplice ragione. Essa si ha quando l’essere umano, che è capace di pensare, si scopre fragile rispetto ad un universo immenso che lo sovrasta e non ne sa niente del suo sentimento di paura e di solitudine; non sa da dove viene e perché esiste. Esso cerca allora di capirne il senso, di spiegarsi il suo cosciente isolamento attraverso un cammino della ragione, di maturità, di evoluzione, cammino che lo conduce ad una conoscenza vera. Così l’uomo scopre la sua limitatezza. Scopre che la conoscenza, che aspira alla verità, è destinata a fallire se la si vuole raggiungere solamente con il sapere umano. Forse allora l’uomo può arrivare ad accettare questo suo limite e a comprendere la solitudine come parte della propria natura.
Quando invece l’uomo entra in se stesso per ritrovarsi, per liberarsi di possessi e di egoismi ed ascolta in silenzio la propria anima e prende coscienza del proprio “io” olistico, diviene capace di vivere con se stesso, secondo la propria volontà, in armonia e operando dei cambiamenti. Dice S. Agostino: “Non andare fuori, torna in te stesso, poiché la verità abita nell’interiorità dell’uomo”.Il maggiore impatto con la solitudine avviene nel momento della morte dove ci si confronta con domande come: “Dove vado? C’è Dio? Che senso ha avuto la mia vita? Che cosa ne ho fatto?”. Se in quei momenti ultimi di vita non c’è nulla, il deserto, (nel senso simbolico) penso che vi sarà l’angoscia più totale; il sapere di perdere tutto, tanti anni vissuti per nulla, il perdere tutto ciò che si è fatto e detto! Se invece la fede, la conoscenza, portano l’uomo a comprendere che nulla si crea e nulla si distrugge, che ogni causa porta inevitabilmente ad un effetto e se egli crede al Sé superiore o a Dio, allora vi è una certezza di una “vita” di pienezza, eterna o ad un ritorno con quel bagaglio (non materiale) ma emozionale dell’essenza che sta alla base di ogni cosa che già conosciamo. Presumo sia tutto questo che ci apre la porta per avvicinarci alla “perfezione”. Mi chiedo anche quanto il Sé si possa esprimere sul piano razionale se non ha connessioni con esso. Per farmi capire meglio esporrò un fatto del tutto personale. Come molti di noi ho subito una anestesia totale scoprendo che, non potendo ricordare nulla di quel giorno sul piano concreto, ho potuto però recuperare le emozioni, le sensazioni legate a quei momenti di oblio. Ero certo di avere vicino tanti pensieri, aiuti di amici cari viventi e non, era un momento di beatitudine; la paura, la solitudine erano svanite. Poi la memoria ritorna a poco a poco ed è un po’ come la sensazione di rinascere. Rimangono però gli aspetti dei momenti di non coscienza. Il dolore fisico (ma soprattutto psichico) è una grande scuola di vita ed anche una opportunità, non una punizione.L’essere umano, una volta uscito dalla lotta interiore, dalla paura, ritrova se stesso. Trova una maggiore capacità di discernere ciò che è bene da ciò che è male (se vuole), la pazienza, la fiducia nella vita, la forza del proprio pensiero concettuale, una capacità di usare il pensiero per riconoscere in assoluta onestà sensazioni ed emozioni, senza fantasie e allucinazioni e, forse, anche la capacità di meravigliarsi. Nell’uomo coesistono la positività e la negatività, la luce e l’ombra, la forza e la fragilità; nessun essere è perfetto ma solo perfettibile. Mi si ripresenta costantemente una domanda fondamentale: che cosa è veramente l’essere umano? Purtroppo no so rispondere. Tutte le scienze riconoscono che l’essere umano ha dei limiti, che il suo carattere è incompleto; se così non fosse ma se fosse completo, non ci sarebbe la morte, che è certa per tutti indistintamente. L’insegnamento teosofico pone la morte al suo giusto posto e presuppone il perfezionamento spirituale attraverso i cicli di vita e di morte e non come condanna eterna. Il primo scopo della Società Teosofica è quello della Fratellanza Universale, che presumo vada oltre il piano fisico-intellettuale, che è necessario, che è il primo gradino per arrivare all’unione di sensazioni ed emozioni. Penso che tutte le solitudini, le angosce messe assieme, condivise nel più profondo sentire, non ci faranno mai più sentire veramente soli.
- Lo studio si focalizza sull’industria della cultura e della creatività, realizzando un confronto tra Italia e principali competitor europei.
• Nel nostro Paese, l’industria della cultura e creatività esprime in termini di PIL il 2,6% della ricchezza nazionale, un valore superiore alla Spagna (2,2%) ed alla Germania (2,5%), ma inferiore alla Francia (3,4%) e al Regno Unito (3,8%).
• Il contributo in valore assoluto per il nostro Paese è stimato a circa 40 Miliardi di Euro, vs. 23 in Spagna, 73 nel Regno Unito (trainato dal segmento dell’industria creativa), 64 in Francia e 61 in Germania.
• Il fatturato generato dal settore culturale e creativo in Italia è pari a 103 Miliardi di Euro e si posiziona dopo UK (circa €190 mld), Germania (€158 mld) e Francia (€166 mld). In ultima posizione compare la Spagna con un fatturato di 60 Miliardi di Euro.
• Per ciò che concerne il quadro occupazionale, il Regno Unito si colloca fra i best performer con il 3,3% di occupati (per un totale di circa 980 mila unità). Segue la Germania con il 2,7% degli occupati mentre l’Italia conta circa 550 mila unità
pari al 2,3% degli occupati totali.
• L’analisi utilizza il RAC (Ritorno sugli Asset Culturali) come indice sintetico per valutare la redditività del patrimonio culturale. Esso è misurato come fatturato da merchandising museale (indice di capacità di estrarre valore economico dagli asset culturali) diviso per il numero di siti Unesco (indice di “capitale artistico, culturale e paesaggistico” ).
• Risulta che il RAC degli USA è circa 16 volte quello italiano; lo stesso indice del Regno Unito è circa 7 volte, quello francese circa 4 volte: pertanto, a fronte di una ricchezza del patrimonio culturale italiano, rispetto alle realtà estere
esaminate, emergono enormi potenzialità di crescita non ancora sfruttate.
IPOTESI DI SVILUPPO
Sono identificabili molte possibili opzioni strategiche di rilancio, tra cui:
1. Lo sviluppo delle potenzialità offerte dal mercato del merchandising correlato all’attività di vendita dei gadget nei musei. Tale mercato presenta un trend positivo di crescita ma solo il 24% dei siti statali possiede al suo interno un bookshop.
2. L’applicazione di nuove tecnologie a supporto della cultura lungo tutta la catena del valore e l’implementazione di eventi culturali sul territorio, che possono generare anch’essi impatti economici positivi e incrementali.
3. La possibilità di avviare un piano di sviluppo del settore del turismo culturale, che oggi pesa il 33% circa del totale turismo, al fine di incentivare e rivalutare il patrimonio artistico nazionale e svilupparne l’indotto collegato.
Quali le prospettive?
E’ auspicabile che vengano indirizzate risorse istituzionali e finanziarie, pubbliche e private, in modo più efficace e coordinato, al fine di rivalutare i ‘Core asset’ disponibili facendo leva sul relativo indotto diretto ed indiretto.
Investendo sui settori primari è infatti possibile dare avvio ad un processo virtuoso che coinvolgerebbe, con ricadute positive, anche tutta una serie di ulteriori settori sinergici quali infrastrutture, artigianato, industria ed altri servizi.
SUGGERIMENTI
CONCLUSIONI:
l’impegno e la certezza di un miglioramento del sistema è alla nostra portata.
È una scelta coraggiosa ma indispensabile per rimettere in movimento la nostra Città, puntando sul patrimonio ( tutto) e sulle risorse che il territorio fornisce.
CULTURA-ITALIA, movimento politico culturale socialmente utile
Se penso alla civiltà come forma di espressione libera e collettiva, il teatro è ciò che meglio ne esprime l'essenza stessa. Perché il teatro non è solo arte, letteratura, immaginazione, mestiere. Il teatro è stato ed è per sua natura una forma di comunicazione collettiva, un modo di vivere insieme la rappresentazione della realtà con tutta la forza emotiva che da essa ne scaturisce. Dal rito al teatro politico, dalle sacre rappresentazioni all'happening, il teatro è un momento privilegiato dove può avvenire un dialogo tanto arcaico e antico quanto puro e vitale in una società come quella odierna sempre più permeata di individualismo, superficialità e anestesia sentimentale.Si va a teatro per divertirsi, per riflettere, per imparare e io vorrei dire soprattutto per provare emozione: sensazione unica data dalla magia di qualcosa che accade in quel momento grazie a un attore vivo e a un pubblico che collabora con lui, in quel preciso istante, dando vita ad’una sinergia unica, mai duplicabile allo stesso modo. Credo che il teatro nei confronti della società abbia oggi alcuni doveri, primo tra tutti educare lo spettatore, culturalmente ma soprattutto sentimentalmente. Porsi davanti a una rappresentazione con l'animo vergine e candido, privo di sovrastrutture interpretative e preconcetti stilistici, come un bambino davanti a un favola, credo sia la predisposizione necessaria per essere catturati dall'evento e riuscire a formulare un giudizio che parta dall'emozione e non dalla razionalità. Le offerte teatrali sul territorio oggi sono tante, dalle più istituzionali alle più sperimentali. L’impressione che ho è che spesso, anche nel ricco e sfaccettato panorama del teatro in Piemonte, la macchina omologatrice dei finanziamenti e delle necessità di pubblico non sempre rispetti l'obiettivo di comunicare ed emozionare. Spesso si va a teatro e se ne esce delusi, si compie un atto di dovere culturale e non di reale piacere estetico. Riuscire ad emozionarsi a teatro non è facile. E' un privilegio raro che quando accade lascia un ricordo perenne e, subito dopo, una perenne nostalgia. Da qui forse derivano la delusione l'indolenza di chi, pur amando il teatro, spesso si rifugia nel mondo meno rischioso della settima arte. La società è teatrale, e oggi lo è in modo drammaticamente reale: assistiamo ogni istante a commedie, farse, opere buffe, drammi spesso molto più lunghi di un atto unico. Quello che però spaventa è che il palcoscenico spesso a volte non basta a separare attore e fruitore, come invece accade con il cinema , che anche a ciò deve la sua popolarità. Se si riesce a convogliare e diffondere il messaggio di teatro come strumento comunicativo ad alto impatto emozionale credo che la fidelizzazione che ne deriva sia molto più intensa di quella con il cinema o le altre forme d’arte. E' sbagliato abbandonare il teatro pensando di esserne delusi, o temendo di assistere a rappresentazioni poco accessibili. Solo la frequentazione assidua e curiosa permetterà di vivere o di rivivere un giorno quella magia "catartica" che fa del teatro un'esperienza unica, nella quale una parte di noi si mette sempre in gioco. Credo sia necessario quindi educare gli spettatori e spingerli alla frequentazione con iniziative didattiche ed economiche meno elitarie e più eclettiche, sia a livello di programmi, che di sedi, che di costi.
Riportare il teatro in mezzo alla gente, ma anche la gente in mezzo al teatro.